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Gli autisti extra UE sono l’unica speranza per la crisi dei trasporti? Ostacoli e soluzioni

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La Commissione europea ha pubblicato uno studio approfondito, redatto dall’IRU, sul reclutamento e l’integrazione di autisti di camion provenienti da Paesi terzi. Il documento descrive la portata delle sfide, ma offre anche soluzioni concrete che potrebbero contribuire a coprire fino a 500.000 posti vacanti nel trasporto stradale dell’UE.

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L’ultimo studio predisposto dall’IRU su richiesta della Commissione europea è una delle analisi più dettagliate sul tema dell’accesso degli autisti extra UE al mercato del lavoro europeo. Il rapporto non solo individua gli ostacoli giuridici e amministrativi, ma indica anche buone pratiche adottate in alcuni Stati membri.

500.000 posti vacanti e una forza lavoro che invecchia

Il settore del trasporto stradale nell’UE sta affrontando una grave e crescente carenza di autisti, stimata in circa 500.000 posizioni non coperte. Il problema è strutturale e deriva principalmente dall’invecchiamento della forza lavoro e da un afflusso insufficiente di nuovi lavoratori.

L’età media degli autisti nel trasporto merci è di circa 47 anni, e la quota di giovani autisti sotto i 25 anni è appena del 5%. Allo stesso tempo, donne e giovani lavoratori insieme rappresentano meno del 10% della forza lavoro complessiva nella professione.

In questa situazione – come sottolinea l’IRU – il reclutamento da Paesi terzi può far parte di una strategia più ampia.

“Risolvere la carenza di autisti richiede un approccio ampio e di lungo periodo. L’IRU lavora per attrarre più donne e giovani nella professione, sostenendo al contempo una mobilità sicura e ben regolamentata per gli autisti extra UE”, ha dichiarato Raluca Marian, Direttrice IRU per l’Unione europea.

300.000 autisti extra UE

Il rapporto mostra che nel 2023 circa 300.000 autisti professionisti provenienti da Paesi terzi lavoravano nell’UE, pari al 7,5% del numero totale di autisti professionisti nell’Unione.

Nel trasporto merci la quota è intorno all’8%, mentre nei servizi di autobus e pullman è circa del 5%. La differenza dipende, tra l’altro, dalla necessità di una conoscenza molto buona della lingua locale nel trasporto passeggeri.

Per confronto, nel mercato del lavoro dell’UE nel suo complesso, circa 9,93 milioni di cittadini di Paesi terzi risultano occupati, pari al 5,1% della popolazione economicamente attiva. Nell’edilizia la loro quota raggiunge l’8,5% e in alcuni Paesi supera il 20%. Il trasporto stradale non è dunque un settore con una quota di lavoratori extra UE superiore alla media.

La Polonia guida, la Danimarca all’estremo opposto

Il rapporto evidenzia enormi differenze tra gli Stati membri. Ben il 90% di tutte le attestazioni per autisti rilasciate nell’UE entro la fine del 2022 proveniva da soli cinque Paesi, con oltre la metà rilasciata in Polonia.

In Polonia, gli autisti provenienti da Paesi terzi rappresentano quasi il 30% di quelli impiegati nel trasporto internazionale. Alla fine del 2023, le aziende polacche impiegavano 162.489 autisti extra UE, tra cui oltre 88.000 cittadini ucraini.

Per contro, in Danimarca, nonostante una carenza di autisti del 24% nella prima metà del 2023, il numero di attestazioni rilasciate a cittadini di Paesi terzi è stato simbolico: tra gennaio e ottobre 2024 sono stati rilasciati solo 15 documenti di questo tipo.

In Spagna, nel 2021, erano impiegati 19.787 autisti provenienti da Paesi terzi, principalmente nel trasporto merci. La quota di cittadini extra UE sul numero totale di contratti di lavoro per autisti era del 6%.

Autisti extra UE in alcuni Paesi

Paese Numero di autisti extra UE Quota nel trasporto con camion
Polonia 162.489 quasi 30%
Danimarca 15 simbolica
Spagna 19.787 circa 6%
Unione europea (totale) 300.000 8%

Burocrazia, paradossi giuridici e il “circolo vizioso” del CPC

Il rapporto IRU descrive nel dettaglio gli ostacoli amministrativi e giuridici. Le procedure migratorie e l’ottenimento dei permessi di lavoro richiedono da sei mesi fino a un anno, più a lungo della media in altri settori dell’economia.

Uno dei principali problemi è il paradosso giuridico legato all’ottenimento del certificato UE di competenza professionale (CPC). Per ottenerlo, un autista di un Paese terzo deve risiedere legalmente in un determinato Paese per più di 185 giorni. A sua volta, per ottenere il diritto di residenza è necessario un contratto di lavoro, ma quel contratto spesso richiede che l’autista possieda già il CPC.

Si tratta di una classica situazione “senza via d’uscita” che blocca l’accesso alla professione e genera costi sia per i datori di lavoro sia per i candidati.

Inoltre, i sistemi di riconoscimento e conversione delle patenti di guida dei Paesi terzi variano notevolmente tra gli Stati membri. I CPC rilasciati al di fuori dell’Unione non sono riconosciuti e la conversione della patente richiede spesso ulteriori esami teorici o pratici.

Buone pratiche: elenchi di professioni carenti e accordi bilaterali

Il rapporto indica due principali modelli di facilitazione adottati dagli Stati membri.

  1. Inserire gli autisti negli elenchi nazionali delle professioni carenti – in otto Stati membri gli autisti di camion figurano in tali elenchi. Ciò facilita le procedure, riduce i tempi di attesa e consente di bypassare il test del mercato del lavoro.
  2. Accordi bilaterali con alcuni Paesi terzi, come nel caso di Spagna e Portogallo. Rendono più semplice il reclutamento, anche se persino i percorsi semplificati non risolvono il problema della mancanza di esperienza o delle qualifiche UE richieste.

Nessuna “bacchetta magica”, ma una direzione chiara

“Il reclutamento di autisti da Paesi terzi può integrare le soluzioni nazionali, a condizione che si basi su percorsi chiari, condizioni eque e standard UE comuni. Non esiste un’unica soluzione universale, ma con il giusto insieme di misure l’Unione può costruire una forza lavoro di autisti resiliente e sostenibile”, sottolinea Raluca Marian.

Le conclusioni del rapporto mirano a sostenere ulteriori lavori a livello UE sulla mobilità dei lavoratori, sul riconoscimento delle qualifiche e sul futuro del trasporto stradale. L’IRU annuncia che proseguirà le proprie attività nell’ambito del progetto SDM4EU, la cui seconda fase pilota dovrebbe iniziare nel corso di quest’anno.

Una cosa è certa: senza organizzare e semplificare i percorsi legali e amministrativi, il reclutamento di autisti extra UE non diventerà un reale supporto per le catene di approvvigionamento europee, e la pressione demografica e di mercato non potrà che aumentare.

La Germania introduce misure di facilitazione 

Un esempio di Paese che introduce misure specifiche di facilitazione per gli autisti professionisti è la Germania. Il Ministero federale dei trasporti tedesco (BMV) sta preparando un pacchetto di modifiche legislative volto ad accelerare l’ingresso nella professione e ad aumentare la disponibilità di forza lavoro sul mercato. Ciò riguarda sia i cittadini di Paesi terzi sia gli autisti UE, inclusi polacchi e romeni.

Tra le soluzioni più importanti rientra, tra l’altro, la possibilità di sostenere gli esami di qualificazione in otto lingue straniere, tra cui ucraino, turco, polacco e romeno. Il tempo di guida previsto nell’ambito della qualificazione iniziale sarà ridotto di 30 minuti e verrà eliminata del tutto la parte dell’esame relativa alla gestione delle situazioni critiche. Gli esami professionali potranno essere ripetuti più volte, il che facilita l’ottenimento delle qualifiche e riduce il tempo necessario per entrare nella professione.

Inoltre, i piani prevedono di facilitare il riconoscimento delle patenti di guida dei Paesi terzi, incluse quelle di Ucraina e Montenegro. Il numero di lingue in cui sarà possibile conseguire una patente di guida tedesca sarà ampliato includendo ucraino e kurmanji, una lingua utilizzata dai curdi in Turchia, Siria e Iraq.

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