L’essenziale in breve
- La diversificazione della supply chain è indicata da DHL tra i trend a maggiore impatto, con adozione attesa entro cinque anni.
- La Cina resta centrale, ma crescono strategie “Asia-plus” che coinvolgono India, Vietnam, Thailandia, Malesia e altri Paesi ASEAN.
- Oltre il 90% dei responsabili globali della supply chain ha registrato interruzioni rilevanti nel 2024.
- Diversificare fornitori e rotte riduce il rischio fisico, ma può lasciare intatta la dipendenza da piattaforme software, infrastrutture critiche e nodi marittimi strategici.
Non è deglobalizzazione: cambiano i percorsi
La premessa del rapporto è meno scontata di quanto possa sembrare. Il commercio globale non si sta ritirando: i flussi restano vicini ai massimi storici e, dopo la pandemia, il grado di interconnessione internazionale si è sostanzialmente stabilizzato.
A cambiare è la struttura delle reti. Le imprese non stanno smantellando le supply chain globali: le stanno distribuendo su più poli, riducendo la dipendenza da un singolo Paese, fornitore o corridoio logistico.
Una trasformazione accelerata dalla frequenza delle crisi. Nel 2024 oltre il 90% dei responsabili globali della supply chain ha dichiarato di aver subito interruzioni significative. La resilienza, quindi, non viene più trattata come una misura eccezionale, ma come una componente stabile della pianificazione industriale.
La strategia “Asia-plus”
Nella fase immediatamente successiva alla pandemia molte aziende avevano valutato il reshoring, cioè il ritorno della produzione nei mercati domestici. Il quadro descritto da DHL è oggi diverso.
La tendenza prevalente è quella delle strategie multiregionali “Asia-plus”: mantenere una presenza produttiva e di approvvigionamento in Cina, affiancandole capacità aggiuntive in India e nei Paesi ASEAN.
Grandi gruppi tecnologici hanno già ampliato le proprie basi di fornitura in Vietnam, Thailandia, Malesia e soprattutto India. Non si tratta di un’uscita dalla Cina, ma di un’espansione geografica del sistema produttivo asiatico.
La velocità del cambiamento, tuttavia, non è uniforme. Circa il 73% delle aziende segnala progressi nel dual sourcing, mentre circa il 60% dichiara avanzamenti nella regionalizzazione. Dopo il 2023, però, il ritmo dei nuovi investimenti nella resilienza si è stabilizzato.
Il costo resta un criterio determinante, ma pesa meno che in passato come unico parametro. Sicurezza economica, continuità operativa e capacità di reagire rapidamente alle crisi sono entrate stabilmente nei processi decisionali, anche quando richiedono di sacrificare una parte dell’efficienza nel breve periodo.
Le quattro leve della resilienza
Il rapporto individua quattro direttrici principali attraverso le quali le imprese stanno ridisegnando le proprie reti.
La prima è il multi-shoring: distribuire la produzione tra più Paesi. Nel comparto tecnologico significa, per esempio, ripartire attività tra Cina, India, Vietnam e Thailandia, limitando il rischio di concentrazione senza rinunciare agli ecosistemi industriali già costruiti.
La seconda leva è il multi-sourcing. Nella farmaceutica, in particolare, l’approvvigionamento dei principi attivi viene distribuito tra Asia ed Europa per ridurre l’esposizione a blocchi produttivi, restrizioni e cambiamenti normativi.
Terzo elemento sono le modalità di trasporto parallele. Se una crisi geopolitica coinvolge una rotta strategica come lo Stretto di Hormuz, le merci più urgenti o di maggiore valore possono essere trasferite su collegamenti aerei attraverso hub alternativi.
Infine, la ridondanza delle operazioni logistiche. Nel settore delle scienze della vita, reti concorrenti di catena del freddo e più centri di distribuzione possono garantire continuità delle consegne e rispetto dei requisiti di conservazione anche in presenza di un’interruzione locale.
I chokepoint restano vulnerabili
Aumentare il numero di fornitori non significa eliminare tutti i rischi. Il commercio internazionale continua a dipendere da un gruppo ristretto di passaggi marittimi strategici: Suez, Hormuz, Malacca, Bab el-Mandeb, Panama, Bosforo, Gibilterra, Øresund e Capo di Buona Speranza.
Un’interruzione significativa in uno di questi snodi può propagarsi lungo catene produttive distribuite su più continenti. La diversificazione attenua quindi il rischio di concentrazione, ma non cancella la vulnerabilità delle infrastrutture su cui poggia il commercio mondiale.
Alla componente fisica si affianca quella digitale. Il rischio informatico lungo la rete dei fornitori sta diventando sempre più rilevante, al pari di conflitti, disastri naturali e guasti infrastrutturali.
Il rischio nascosto della piattaforma unica
È proprio sul digitale che il Logistics Trend Radar evidenzia uno dei paradossi più significativi. Le imprese possono utilizzare più stabilimenti, più fornitori e più vettori, continuando però a gestire l’intera rete attraverso una sola piattaforma informatica. Sistemi integrati per prenotazioni, dogane, fatturazione, visibilità e conformità sono diventati l’infrastruttura operativa invisibile della logistica.
Piattaforme come CargoWise, osserva il rapporto, svolgono ormai una funzione assimilabile a quella di un sistema operativo globale per gli spedizionieri.
L’interruzione di CrowdStrike del 2024, che ha interessato circa 8,5 milioni di dispositivi Windows nel mondo, compresi quelli utilizzati da operatori dei trasporti, ha mostrato quanto un singolo incidente digitale possa avere conseguenze estese.
A fine 2025, inoltre, un adeguamento dei prezzi di CargoWise ha suscitato forti preoccupazioni tra numerosi spedizionieri, evidenziando un altro rischio: cambiare piattaforma può essere estremamente complesso e costoso quando i sistemi sono profondamente integrati nei processi aziendali.
La lezione è chiara: una supply chain fisicamente diversificata può restare fortemente concentrata sul piano digitale.
Più Paesi significano anche più regole
La diversificazione amplia poi il perimetro della conformità normativa.
Prezzi del carbonio, rendicontazione delle emissioni e meccanismi di aggiustamento alla frontiera stanno modificando il costo effettivo delle scelte di approvvigionamento. Allo stesso tempo, i dazi vengono sempre più considerati strumenti strutturali di politica economica e non semplici misure temporanee.
Ogni nuovo Paese inserito nella rete aggiunge regole doganali, classificazioni dei prodotti, norme di sicurezza, licenze e, sempre più spesso, vincoli sulla localizzazione dei dati.
Esiste però anche un vantaggio. Una rete distribuita consente di reagire più rapidamente all’introduzione di sanzioni o restrizioni, spostando i flussi verso mercati e corridoi alternativi. Una possibilità che manca alle imprese legate a un’unica origine produttiva.
La diversificazione diventa un principio operativo
Il quadro delineato da DHL indica quindi un passaggio di fase. La diversificazione non è più soltanto una polizza contro gli imprevisti, ma un criterio con cui progettare l’intera rete logistica.
Anche il ruolo dei grandi operatori del settore cambia: non più semplici esecutori del trasporto, ma fornitori di intelligence commerciale, analisi del rischio e capacità di riconfigurazione delle reti.
La globalizzazione, insomma, non arretra. Cambia forma. Il commercio mondiale viene sempre più reinstradato attraverso supply chain regionalmente distribuite ma ancora profondamente interconnesse, con l’Asia destinata a restare al centro del sistema, anche se con un equilibrio geografico molto più articolato rispetto al passato.









