Simon R. Minshall

El Niño torna a farsi sentire: prova di tenuta per filiere agroalimentari, energia e trasporti

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El Niño è tornato e, secondo le previsioni, potrebbe rafforzarsi nel corso dell’inverno dell’emisfero nord. Un’evoluzione che porta sotto osservazione le catene di fornitura più sensibili al meteo: agroalimentare, energia e trasporti.

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El Niño è un riscaldamento naturale delle acque del Pacifico tropicale centrale e orientale. Quando si attiva, può modificare gli equilibri atmosferici a livello globale e alterare piogge, temperature e probabilità di siccità in molte aree del pianeta.

Il Climate Prediction Center della NOAA, l’agenzia statunitense che monitora i principali pattern climatici, ha confermato che il fenomeno è in corso e che dovrebbe intensificarsi fino all’inverno 2026–27, fase in cui di solito gli effetti diventano più marcati su scala mondiale. Anche il Bureau of Meteorology australiano ha dichiarato attivo l’evento nel Pacifico tropicale. Circa metà dei modelli climatici attuali suggerisce inoltre che l’intensità potrebbe avvicinarsi a quella dei casi più forti registrati dal 1950.

Per la logistica la domanda non è solo “che tempo farà”, ma con quale rapidità eventuali variazioni nella produzione agricola, nella domanda di energia o nella disponibilità di infrastrutture si rifletteranno su volumi di merce, costi di trasporto e scelte d’acquisto. L’investment strategist Ruben Dalfovo (Saxo Bank) invita a considerare El Niño come un vero stress test globale delle catene di fornitura, più che come un semplice evento meteorologico regionale, attraverso tre canali principali: agroalimentare, energia e assicurazioni.

Agroalimentare: più oscillazioni di prezzo che carenze immediate

Le filiere del cibo sono in genere le prime a mostrare segnali di tensione. El Niño può favorire condizioni più secche in alcune aree dell’Asia e dell’Australia e, al contrario, aumentare il rischio di piogge intense in parti delle Americhe. In passato questi squilibri hanno inciso sulla produzione di grano, riso, olio di palma, zucchero, soia e mais.

Il quadro, però, non indica automaticamente una scarsità globale. Le scorte mondiali elevate di grano, riso, mais e soia possono attutire l’impatto di eventuali shock produttivi. Inoltre, diversi grandi Paesi produttori negli ultimi cicli hanno rafforzato le contromisure, tra cui irrigazione, semine anticipate e piani di preparazione.

Il rischio più complesso da gestire resta la volatilità. Anche con stock complessivamente adeguati, siccità o alluvioni localizzate possono cambiare i flussi commerciali, spingere gli operatori a rivedere le origini di approvvigionamento e, in alcuni casi, portare i governi a limitare le esportazioni.

Un esempio è l’India: dopo essere stata il secondo esportatore mondiale di zucchero, il Paese dovrebbe restare in larga parte fuori dal mercato internazionale per almeno le prossime tre stagioni. La pressione di El Niño sulle piogge monsoniche, insieme alla crescita della domanda interna di etanolo, riduce infatti l’eccedenza esportabile.

La domanda di trasporto può cambiare prima che si vedano i blocchi

Le prime conseguenze potrebbero emergere non tanto come interruzioni fisiche, quanto come cambiamenti nei pattern di domanda. Se i raccolti calano in una regione, altrove può aumentare la necessità di importare; scorte abbondanti, invece, possono rimandare gli acquisti o spostare il calendario dei picchi stagionali. Retailer, trasformatori alimentari e trader di commodity possono anche anticipare le decisioni di sourcing se il rischio meteo inizia a influenzare le aspettative sui prezzi.

Questo genera pressioni irregolari sui mercati del trasporto: alcune rotte possono perdere volumi in export, mentre altre vedono aumentare gli arrivi, la richiesta di stoccaggio o variazioni dell’ultimo minuto nelle prenotazioni. Per chi lavora con alimenti, mangimi, fertilizzanti, prodotti a temperatura controllata o input agricoli, l’impatto dipenderà spesso tanto dalle reazioni dei clienti quanto dalle condizioni meteo in sé.

C’è poi un profilo contrattuale da non sottovalutare. Quando i contratti di trasporto lasciano poco margine per assorbire scatti improvvisi di costi legati a carburante, magazzino, assicurazione o deviazioni di rotta, la volatilità può comprimere i margini ancora prima che il problema diventi visibile sul campo.

Infrastrutture: il Canale di Panama torna sotto i riflettori

Il punto più esposto è spesso l’infrastruttura. La siccità che ha colpito il Canale di Panama nel biennio 2023–24, con limitazioni al pescaggio, congestione e riprogrammazioni sulle linee container, è stata collegata in parte a condizioni riconducibili a El Niño.

All’epoca Reuters ha riportato che Panama ha vissuto nel 2023 il terzo anno più secco mai registrato, costringendo l’autorità del Canale a limitare sia le dimensioni delle navi sia il numero di attraversamenti. In alcuni momenti oltre 100 navi erano in attesa di transito, con ritardi fino a 21 giorni. Il Canale gestisce circa il 5% della navigazione mondiale.

Un’interruzione analoga inciderebbe di nuovo su tempi di transito, allocazione della capacità e noli sulle principali direttrici est–ovest. Anche qualora nuove restrizioni venissero evitate, l’episodio precedente ha mostrato quanto rapidamente lo stress idrico legato al clima possa trasformarsi in un problema di capacità per le reti di trasporto globali.

Non c’è solo Panama: anche la navigazione fluviale interna, i porti più esposti a tempeste o allagamenti e i corridoi di export agricolo possono diventare colli di bottiglia. L’impatto, però, tende a essere disomogeneo: alcune tratte potrebbero risentirne poco, altre subire variazioni improvvise di volumi o un salto del rischio operativo.

Energia e assicurazioni: i costi indiretti che pesano sulla logistica

Un altro canale è l’energia. Cambiamenti nei regimi di pioggia possono ridurre la produzione idroelettrica nelle aree colpite da siccità, modificare la domanda di elettricità e complicare le catene di fornitura legate a carburanti, estrazione e industria. In alcuni mercati questo si traduce in costi energetici più elevati o in una domanda di trasporto diversa, soprattutto dove sono esposti la catena del freddo, la trasformazione agricola o le produzioni energivore.

Sotto osservazione anche le assicurazioni. Eventi meteo più frequenti o più intensi possono aumentare il costo del rischio per merci, asset e infrastrutture, spingendo le aziende a rivedere pianificazione delle rotte, vulnerabilità dei magazzini e capacità di backup.

Per magazzini e centri di distribuzione, ondate di calore, alluvioni e vincoli sulla disponibilità di energia hanno ricadute molto concrete: produttività del lavoro, affidabilità delle celle frigorifere, rispetto delle finestre di consegna e disponibilità di spazi alternativi. Non è un tema astratto: incide sull’operatività quotidiana.

Scorte elevate riducono la probabilità di uno shock alimentare globale, ma non cancellano il rischio di discontinuità locali, riorientamento dei flussi commerciali o movimenti bruschi dei prezzi. Per operatori logistici e committenti, El Niño è un promemoria pratico: verificare se i contratti reggono la volatilità, se gli approvvigionamenti sono troppo concentrati in aree esposte e se è possibile assicurarsi capacità di emergenza prima che la tensione emerga chiaramente sul mercato.

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