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L’e-commerce low cost entra in una nuova era: cosa cambia dopo la fine del “de minimis”

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Dal 1° luglio 2026 acquistare prodotti da piattaforme extra UE non è più come prima. Con l'entrata in vigore della riforma doganale europea è stato abolito il regime de minimis per le spedizioni di valore fino a 150 euro, sostituito da un nuovo contributo doganale forfettario destinato a incidere sull'intero ecosistema dell'e-commerce internazionale.

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La novità va ben oltre l’introduzione di un costo aggiuntivo. La riforma ridisegna infatti il modello logistico che negli ultimi anni ha sostenuto la crescita delle grandi piattaforme asiatiche, modificando il modo in cui le merci vengono importate, sdoganate e distribuite all’interno del mercato unico.

I primi effetti non riguarderanno soltanto consumatori e marketplace. Cambieranno anche le strategie degli operatori logistici, la geografia dei flussi commerciali e il ruolo dei magazzini europei, destinati a diventare sempre più centrali nella gestione delle vendite online.

Una misura che interessa tutto l’e-commerce extra UE

Contrariamente a quanto spesso si legge, il nuovo contributo non è stato introdotto per colpire esclusivamente Temu, Shein o AliExpress. La normativa si applica a tutte le imprese che vendono beni ai consumatori europei spedendoli direttamente da Paesi terzi. Il fatto che la Cina sia al centro del dibattito deriva soprattutto dal peso assunto dai marketplace cinesi negli ultimi anni.

Secondo i dati della Commissione europea, nel solo 2024 sono entrati nell’Unione circa 4,67 miliardi di pacchi con valore inferiore a 150 euro. Oltre nove spedizioni su dieci provenivano dalla Cina, mentre il numero complessivo degli invii è raddoppiato rispetto all’anno precedente e triplicato rispetto al 2022.

Questi volumi hanno progressivamente trasformato il sistema doganale europeo, concepito in un’epoca in cui le importazioni di basso valore erano decisamente più contenute.

Perché Bruxelles ha deciso di abolire il regime “de minimis”

La Commissione europea sostiene che il contesto sia ormai radicalmente cambiato.

Quando l’esenzione fu introdotta, l’obiettivo era evitare oneri amministrativi sproporzionati per spedizioni di modesto valore economico. Oggi, grazie alla digitalizzazione delle procedure doganali e alla maggiore disponibilità di dati sulle merci importate, tale giustificazione viene considerata superata.

La crescita esplosiva dell’e-commerce transfrontaliero ha reso necessario un sistema ritenuto più equilibrato, capace di rafforzare i controlli, migliorare la riscossione delle entrate doganali e garantire condizioni di concorrenza più omogenee tra operatori europei ed extraeuropei.

Secondo Bruxelles, l’obiettivo non è limitare il commercio internazionale, bensì adeguare il quadro normativo a un mercato profondamente cambiato negli ultimi dieci anni.

Molti consumatori continuano però a conoscere poco la riforma

Nonostante le nuove regole siano già operative, il livello di consapevolezza rimane limitato. Una ricerca condotta da ID Logistics Polska nel secondo trimestre del 2026 mostra che oltre la metà dei consumatori polacchi che acquistano su piattaforme extra UE non era a conoscenza dell’imminente cambiamento prima della sua entrata in vigore.

Il 51% degli intervistati ha dichiarato di non aver mai sentito parlare del nuovo contributo doganale, mentre un ulteriore 29% era consapevole dell’arrivo della riforma senza comprenderne contenuti e finalità.

L’indagine evidenzia inoltre una diffusa confusione sulla natura stessa della misura. Solo il 27% identifica correttamente il contributo come un dazio doganale, mentre una parte significativa dei consumatori continua a confonderlo con l’IVA o con altre forme di imposizione fiscale.

Il nuovo contributo non funziona come molti immaginano

Uno degli equivoci più frequenti riguarda il metodo di calcolo.

Il contributo forfettario di tre euro non viene applicato automaticamente a ogni singolo prodotto acquistato, ma a ciascuna voce della dichiarazione doganale, individuata attraverso il relativo codice tariffario e, quando necessario, dal Paese di origine.

Questo significa che diversi articoli appartenenti alla stessa categoria merceologica possono generare un unico contributo, mentre prodotti classificati con codici differenti comportano l’applicazione di importi separati.

Si tratta di una distinzione tecnica, ma destinata ad avere un impatto concreto sui modelli logistici adottati dalle piattaforme internazionali.

Cosa cambia concretamente per consumatori e piattaforme

L’introduzione del nuovo contributo doganale rappresenta soltanto uno degli elementi della riforma. La vera novità riguarda infatti il modo in cui verranno organizzate le importazioni verso il mercato europeo.

Molti consumatori hanno interpretato la misura come una sorta di “tassa di tre euro” applicata automaticamente a ogni acquisto. In realtà il meccanismo è decisamente più articolato.

Il contributo riguarda esclusivamente le spedizioni con un valore reale non superiore a 150 euro e viene calcolato sulla base della dichiarazione doganale presentata all’ingresso nell’Unione europea. L’importo è associato alle singole voci merceologiche e non al numero degli articoli contenuti nel pacco.

Questa distinzione, apparentemente tecnica, potrebbe modificare in modo significativo le strategie di preparazione degli ordini da parte delle piattaforme internazionali, che avranno tutto l’interesse a ottimizzare la composizione delle spedizioni per ridurre il numero delle dichiarazioni doganali.

Chi sostiene realmente il costo del nuovo contributo

Un altro aspetto spesso frainteso riguarda il soggetto chiamato a pagare il contributo.

Il debitore principale non è il consumatore finale, bensì il soggetto che presenta la dichiarazione doganale. Nella maggior parte dei casi si tratta della piattaforma di e-commerce, del venditore oppure di un rappresentante doganale incaricato di operare per suo conto.

Dal punto di vista giuridico, quindi, il cliente non versa direttamente il contributo alle autorità doganali. Ciò non significa però che la riforma sarà priva di effetti sui prezzi.

Come avviene normalmente lungo qualsiasi filiera commerciale, gli operatori potranno decidere di incorporare il nuovo costo nel prezzo finale del prodotto, nelle spese di spedizione oppure nella gestione logistica complessiva. Saranno quindi le strategie commerciali dei singoli marketplace a determinare in che misura il nuovo onere verrà trasferito al consumatore.

Il ruolo dell’IOSS resta centrale

Anche dopo l’entrata in vigore della riforma, il sistema Import One-Stop Shop (IOSS) continua a rappresentare uno degli strumenti fondamentali per la gestione delle vendite e-commerce provenienti da Paesi terzi.

Secondo la Commissione europea, oltre il 90% delle spedizioni di basso valore dirette verso l’Unione è già gestito attraverso questo regime.

L’IOSS non modifica il trattamento dell’IVA, ma consente di individuare con chiarezza il soggetto responsabile della dichiarazione doganale e lo Stato membro competente per la riscossione del nuovo contributo. Si tratta di un elemento essenziale per gestire volumi che continuano a crescere a ritmi sostenuti.

Numeri senza precedenti

Le dimensioni del fenomeno aiutano a comprendere le ragioni dell’intervento europeo.

Nel 2024 sono arrivati nell’Unione circa 4,67 miliardi di pacchi con valore inferiore a 150 euro. Significa oltre 12 milioni di spedizioni al giorno, un volume che pochi anni fa sarebbe stato difficilmente immaginabile.

Il dato è cresciuto ulteriormente nel 2025. Secondo le stime della Commissione europea, gli invii hanno raggiunto quasi 5,9 miliardi di unità, pari a circa 16 milioni di pacchi al giorno.

Nonostante questi volumi straordinari, il loro peso economico resta relativamente limitato.

Il valore medio di ciascuna spedizione si aggira infatti intorno ai nove euro, confermando come il modello di business delle grandi piattaforme asiatiche continui a basarsi su ordini di importo molto contenuto ma estremamente numerosi.

La Cina continua a dominare il mercato

La distribuzione geografica delle importazioni lascia pochi dubbi. La quasi totalità delle spedizioni di basso valore continua ad avere origine in Cina, che rappresenta oltre il 90% dei volumi movimentati verso il mercato europeo.

Questo predominio spiega perché il dibattito pubblico associ spesso la riforma esclusivamente ai marketplace cinesi. In realtà il nuovo sistema interessa qualsiasi operatore extra UE, indipendentemente dal Paese di provenienza delle merci.

Le conseguenze potrebbero andare oltre i dazi

L’effetto più rilevante della riforma potrebbe non essere l’aumento dei costi per i consumatori.

Molti analisti ritengono infatti che il vero cambiamento riguarderà la struttura della logistica internazionale.

Negli ultimi anni il commercio elettronico transfrontaliero si è basato soprattutto su milioni di spedizioni individuali inviate direttamente dai Paesi di produzione ai consumatori europei.

Con il nuovo quadro normativo questo modello rischia di diventare progressivamente meno efficiente.

Per ridurre costi amministrativi e complessità operative, le piattaforme potrebbero accelerare il trasferimento delle scorte all’interno dell’Unione europea, affidandosi sempre più spesso a magazzini locali e a operatori specializzati nella contract logistics.

Di conseguenza, il baricentro dell’e-commerce internazionale potrebbe spostarsi gradualmente dall’Asia ai grandi hub logistici europei, modificando non solo le rotte commerciali ma anche gli investimenti nel settore immobiliare e nella distribuzione.

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