Il Governo ha deciso di rinviare di tre mesi l’entrata in vigore della cosiddetta mini tassa italiana sui pacchi provenienti dai Paesi extra Ue. Il contributo nazionale da 2 euro, previsto per le spedizioni di valore inferiore a 150 euro, non scatterà più il 1° luglio ma il 1° ottobre 2026. La proroga è stata inserita nel decreto PNRR approvato dal Consiglio dei ministri del 22 giugno.
La scelta arriva a pochi giorni da una data destinata comunque a segnare una svolta per il commercio elettronico internazionale. Dal 1° luglio entrerà infatti in vigore il nuovo dazio comunitario da 3 euro sui piccoli pacchi provenienti da Paesi esterni all’Unione europea. Senza il rinvio, i due prelievi si sarebbero sommati, portando il costo aggiuntivo fino a 5 euro per spedizione, oltre all’Iva già prevista dalla normativa vigente.
Come funziona il nuovo dazio europeo
Le linee guida della Commissione europea chiariscono che il nuovo prelievo non viene applicato al pacco nel suo complesso ma ai singoli articoli contenuti nella spedizione. Si tratta di un dazio fisso di 3 euro per ogni categoria merceologica presente in un ordine fino a 150 euro di valore.
L’esecutivo europeo porta l’esempio di una spedizione contenente cinque magliette: in questo caso il dazio sarà di 3 euro perché si tratta di un unico articolo classificato nella stessa categoria. Diverso il caso di un pacco con una maglietta e un orologio, che comporterà un prelievo complessivo di 6 euro.
Secondo Bruxelles, la misura resterà in vigore fino al 1° luglio 2028, quando sarà operativo il nuovo hub dati doganale europeo per il commercio elettronico.
Chi paga davvero
Uno degli aspetti più discussi riguarda il soggetto chiamato a sostenere il costo del nuovo dazio. La Commissione precisa che il responsabile del pagamento è normalmente il dichiarante della merce, vale a dire il venditore, l’importatore o il loro rappresentante doganale. Solo in casi eccezionali il costo ricadrà direttamente sul consumatore finale.
L’obiettivo dichiarato dall’Unione europea è quello di ristabilire “condizioni di concorrenza eque” tra operatori comunitari e piattaforme internazionali che beneficiano di modelli logistici particolarmente aggressivi sul fronte dei prezzi.
Le pressioni della logistica
Dietro la decisione del Governo italiano non c’è soltanto la necessità di coordinarsi con le nuove regole europee. Nelle ultime settimane associazioni di categoria e operatori logistici avevano segnalato il rischio di uno spostamento delle operazioni di sdoganamento verso altri Paesi membri privi di misure analoghe.
Secondo le stime richiamate dagli operatori, una parte significativa dei flussi sarebbe già stata dirottata verso hub logistici situati in Belgio, Paesi Bassi e Ungheria, con possibili ricadute sull’occupazione e sulle attività della filiera italiana delle spedizioni. Alcune associazioni parlano di una contrazione del traffico fino al 50% nei primi mesi dell’anno.
Il nodo dell’e-commerce low cost
La tassa italiana era stata introdotta con la legge di Bilancio 2026 come strumento per contrastare la crescita delle importazioni a bassissimo costo provenienti soprattutto dalla Cina e distribuite attraverso piattaforme di commercio elettronico globale. Oltre agli obiettivi ambientali e di tutela delle imprese europee, la misura aveva anche una rilevante finalità di gettito: le stime governative indicavano entrate per oltre 122 milioni di euro già nel 2026 e circa 245 milioni a regime.
Per il momento, però, Roma ha scelto di congelare il contributo nazionale e di attendere l’evoluzione del nuovo quadro europeo. Da luglio, quindi, chi acquista prodotti da marketplace extra Ue come Temu, Shein o AliExpress dovrà confrontarsi soltanto con il nuovo dazio comunitario. La partita sulla tassa italiana resta aperta e tornerà sul tavolo all’inizio dell’autunno.









