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Più navi tornano a transitare nello Stretto di Hormuz, ma la scadenza di Trump può far saltare la ripresa

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Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz è risalito ai massimi delle ultime settimane, secondo un’analisi di Bloomberg basata sui dati di tracciamento delle navi. Ma questa ripresa si sta muovendo in un contesto di fortissima incertezza, con martedì 7 aprile che si profila come una scadenza decisiva.

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Secondo Bloomberg, lo Stretto di Hormuz non è più ai livelli di quasi paralisi registrati dopo l’escalation del conflitto. Questo, però, non significa che sia tornato a essere una rotta marittima “normale”. Il 3 aprile Reuters ha riferito che diverse navi omanite, francesi e giapponesi sono riuscite a passare dopo che l’Iran ha iniziato a consentire il transito alle imbarcazioni considerate “amiche” o comunque non collegate agli Stati Uniti o a Israele. Il quadro è quindi quello di una riapertura parziale e selettiva, ma non certo di un ritorno alla libertà di navigazione.

L’ultimo aumento dei transiti va letto anche alla luce del crollo precedente. Bloomberg segnala che i movimenti hanno raggiunto il livello più alto dalla fase iniziale della guerra, ma le più recenti ricostruzioni di Reuters descrivono ancora uno stretto in cui l’accesso dipende in larga misura da nazionalità, segnali politici e autorizzazioni iraniane.

La fragilità della situazione è stata ribadita il 6 aprile, quando Reuters ha riportato che due metaniere del Qatar cariche di GNL, che in precedenza avevano ottenuto il via libera, sono state poi fermate dai Guardiani della Rivoluzione iraniani e costrette a sostare o a cambiare rotta. In altre parole, anche le navi che sembrano avere l’autorizzazione non hanno la garanzia di un passaggio senza intoppi.

Reuters ha inoltre evidenziato come la chiusura stia creando effetti molto diversi tra i Paesi del Golfo. Gli Stati con vie alternative per l’export, come Arabia Saudita e Oman, sono in una posizione migliore per assorbire l’urto, mentre quelli più dipendenti da Hormuz stanno subendo impatti molto più pesanti.

L’effetto Hormuz ora colpisce anche l’aviazione

Le difficoltà legate a Hormuz non sono più solo un tema per lo shipping. All’aeroporto di Milano Linate, Bologna, Venezia e Treviso sono già in vigore limitazioni sul rifornimento di jet fuel, rendendo l’Italia il primo caso europeo confermato di restrizioni di fornitura a livello aeroportuale.

Altrove il razionamento non è ancora stato confermato, ma la pressione sta aumentando. Ryanair ha avvertito che l’Europa potrebbe iniziare a vedere problemi di approvvigionamento a partire da giugno, mentre Reuters riferisce che in alcune aree dell’Asia le compagnie stanno già riducendo i voli, imbarcando carburante extra (tankering) e aggiungendo scali per il rifornimento man mano che le disponibilità si restringono.

L’aumento del traffico navale avviene quindi sullo sfondo di una possibile nuova escalation. L’ultimatum di Trump fa sì che martedì 7 aprile non sia un giorno qualunque della crisi, ma un vero punto di svolta. Se non ci sarà un passo avanti entro la scadenza fissata dagli Stati Uniti, la ripresa dei transiti osservata nei dati di Bloomberg potrebbe invertirsi molto rapidamente.catene di fornitura

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