Fonte: Trasportounito/Facebook

I trasportatori in Italia annunciano uno sciopero. I camion sospenderanno le consegne

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Dal 20 al 25 aprile i camion si fermano. Il caro gasolio mette in ginocchio un settore da cui dipende il 92% delle merci italiane. E gli effetti potrebbero arrivare fino agli scaffali vuoti e ai cantieri bloccati.

Sei giorni. Tanto durerà il fermo nazionale dell’autotrasporto merci proclamato da Trasportounito, dal 20 al 25 aprile. Sei giorni in cui migliaia di tir resteranno fermi nelle rimesse, i corrieri rallenteranno, i cantieri potranno restare senza materiali. E i cittadini, anche quelli che di logistica non si sono mai occupati, potrebbero accorgersene alla prima spesa al supermercato.

La causa scatenante è il caro gasolio, un problema che le imprese di autotrasporto denunciano da mesi come ormai insostenibile. Il rincaro fuori controllo del carburante incide in modo letale su bilanci già fragilissimi. La proclamazione dello sciopero, già registrata nel calendario della Commissione di garanzia, è arrivata quasi obtorto collo: l’associazione avrebbe voluto muoversi anche prima, ma i vincoli procedurali hanno imposto di attendere le date di fine aprile. Non esclude che alcune aziende possano cominciare a fermare i mezzi già prima dell’avvio ufficiale, semplicemente perché i conti non tornano più.

Un sistema che regge su quattro ruote

Per capire perché uno sciopero dell’autotrasporto possa fare così paura, basta un numero: il 92,1 per cento. È la quota delle merci trasportate via terra in Italia che nel 2024 ha viaggiato su strada, secondo i dati Istat. Il restante 7,9 per cento è andato su ferrovia. In altre parole, il Paese si muove quasi esclusivamente su gomma. Fermare i camion, anche solo per qualche giorno, significa toccare un nervo scoperto dell’intera economia nazionale.

Gli effetti di un fermo significativo non sarebbero immediati né uniformi, ma potrebbero farsi sentire rapidamente. I supermercati, i negozi e la grande distribuzione potrebbero registrare ritardi nel riassortimento, soprattutto per i prodotti freschi o deperibili, che viaggiano con finestre temporali molto strette. Non si arriverà necessariamente agli scaffali vuoti nel giro di poche ore, ma la regolarità delle consegne — sulla quale l’intero sistema è calibrato — potrebbe vacillare già nei primi giorni.

Se il blocco dovesse protrarsi oltre i sei giorni previsti o registrare un’adesione molto alta, lo scenario potrebbe aggravarsi ulteriormente: i costi logistici aggiuntivi tendono a scaricarsi rapidamente sui prezzi finali, e in un momento in cui l’inflazione fatica già a raffreddarsi, si tratterebbe di un peso ulteriore per le famiglie.

Emergenza o allarmismo?

Sarebbe sbagliato parlare oggi di crisi generalizzata. Molto dipenderà dall’effettiva adesione allo sciopero — che in questo settore non è mai scontata — e dalla capacità del Governo di aprire un tavolo di confronto prima che i camion si fermino davvero. Trasportounito ha lasciato intendere di attendere risposte concrete sulle proprie proposte per uscire dall’emergenza carburante, e non è escluso che un’interlocuzione nelle prossime settimane possa modificare lo scenario.

Resta però il fatto che questa vertenza, nata tra i piazzali e le rimesse di migliaia di piccole imprese di trasporto, ha già la forza di uscire da quei recinti e di bussare alle porte di tutti. Il gasolio costa troppo, i bilanci non reggono, e il conto — se non si troverà un accordo — rischia di essere pagato, almeno in parte, da chi non ha nulla a che fare con un camion.

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