Bartosz Wawryszuk

Dalla guerra al pieno: come la crisi energetica rischia di fermare l’Italia

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Tra tensioni in Medio Oriente, caro diesel e sciopero dei camionisti, la catena logistica italiana è sotto pressione. E il rischio è sistemico.

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Non è solo una crisi energetica. È una crisi di sistema che attraversa rotte marittime, prezzi dei carburanti, trasporti su gomma e, infine, la vita quotidiana di imprese e cittadini. La tensione in Medio Oriente, con lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb sotto pressione, sta innescando una reazione a catena che mette a rischio la tenuta della supply chain italiana.

Una parte decisiva dell’economia mondiale passa da due snodi marittimi: Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio globale, e Bab el-Mandeb, porta d’accesso al Mar Rosso e al Canale di Suez. Le tensioni militari e i rischi per la sicurezza stanno rallentando le navi, aumentando i costi assicurativi e costringendo molte rotte a deviazioni più lunghe, con un incremento diretto di tempi e costi.

Non si tratta solo di petrolio. Fertilizzanti, cereali, metalli e prodotti chimici subiscono gli stessi ritardi. Il risultato è un effetto a cascata: quando il trasporto costa di più, aumenta il prezzo di tutto ciò che viene movimentato.

Il moltiplicatore: il gasolio

In questo scenario, il vero snodo critico è il diesel. A differenza della benzina, il gasolio alimenta l’economia reale: camion, navi, macchinari agricoli, cantieri. La sua domanda è rigida e difficilmente comprimibile.

Quando le rotte si allungano e i costi energetici salgono, la pressione sul gasolio aumenta ulteriormente, mentre l’offerta resta limitata. Il risultato è un incremento più rapido e persistente dei prezzi, con effetti diretti su tutta la filiera produttiva e logistica.

L’impatto in Italia: costi e fragilità strutturali

Gli effetti sono già visibili. Secondo la CGIA di Mestre, a due mesi dall’inizio del conflitto nel Golfo il prezzo del diesel è salito di quasi il 20%, passando da 1,676 a 2,005 euro al litro. Un aumento che ha generato circa 1,5 miliardi di euro di extracosti per il settore dell’autotrasporto.

Il sistema italiano è particolarmente esposto: il 97,6% delle merci viaggia su strada all’interno dei confini nazionali, per un totale di oltre un miliardo di tonnellate movimentate ogni anno.

Questa dipendenza rende il Paese vulnerabile a ogni shock sul costo del carburante. E amplifica le criticità già esistenti: squilibri territoriali nei flussi (con molti viaggi a vuoto soprattutto al Sud), margini ridotti e una struttura finanziaria fragile, con costi immediati e incassi differiti fino a 120 giorni.

Supply chain sotto pressione

Il problema non è più soltanto il prezzo, ma la prevedibilità. Le imprese faticano a programmare produzione e consegne in un contesto in cui noli, tempi e contratti cambiano rapidamente. I settori più esposti — costruzioni, automotive, manifattura, farmaceutica — risentono direttamente dell’instabilità delle forniture.

Le piccole e medie imprese sono le più vulnerabili: hanno minore capacità di assorbire i rincari o di diversificare fornitori e rotte. L’instabilità contrattuale, con prezzi validi per periodi sempre più brevi, aggiunge ulteriore incertezza.

Secondo le associazioni di settore, non si tratta di una fase temporanea, ma di un rischio sistemico che coinvolge sicurezza economica, competitività industriale e continuità operativa delle filiere.

Il punto di rottura: il trasporto su gomma

È su questo terreno che la crisi globale incontra la fragilità nazionale. L’autotrasporto, già sotto pressione per i costi, è arrivato a minacciare lo sciopero. Le trattative con il governo sono in corso, con l’obiettivo di evitare il fermo dei mezzi e garantire liquidità alle imprese, ma il tempo è limitato.

Il rischio è concreto: molte aziende potrebbero fermarsi non per protesta, ma per mancanza di risorse immediate per fare rifornimento.

Lo scenario estremo: il Paese fermo

In questo contesto si inserisce l’allarme del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, che ha evocato il rischio di una paralisi simile a quella della pandemia in caso di sciopero prolungato dei camionisti. “Bloccare l’Italia per una settimana significa il caos”, ha avvertito, sottolineando che il fermo del trasporto su gomma si tradurrebbe rapidamente in scaffali vuoti e interruzioni nelle catene di approvvigionamento.

Il punto è chiaro: quando si fermano i camion, si ferma il Paese.

Una crisi che unisce geopolitica ed economia reale

La crisi in Medio Oriente non resta confinata alla geopolitica. Entra nei bilanci delle imprese, nei prezzi al consumo, nelle scelte produttive. Dal Golfo Persico ai magazzini italiani, il percorso è diretto.

La combinazione di fattori — instabilità delle rotte, aumento del diesel, fragilità dell’autotrasporto e tensioni sulle forniture — disegna uno scenario in cui ogni elemento rafforza l’altro. Un sistema interconnesso in cui basta un punto di rottura per generare effetti a catena.

E oggi, quel punto di rottura appare sempre più vicino.

Fonti: ilmattinoquotidiano.it, larena.it, corrieredelleconomia.it, meteoweb.eu, ansa.it, rainews.it, startmag.it

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