L’industria manifatturiera italiana consolida la propria posizione tra le economie più dinamiche d’Europa, ma la ripresa mostra ancora elementi di fragilità. A maggio il PMI manifatturiero elaborato da S&P Global sale da 52,1 a 52,9 punti, il livello più elevato dall’aprile 2022, confermando una fase di espansione che colloca l’Italia alle spalle soltanto del Regno Unito tra i principali mercati europei.
Il dato arriva in un contesto continentale meno brillante. Nell’Eurozona il PMI manifatturiero arretra da 52,2 a 51,6 punti, mantenendosi sopra la soglia che separa crescita e contrazione ma evidenziando un rallentamento del ritmo di recupero. A frenare sono soprattutto il ristagno dei nuovi ordini, il calo della domanda estera e il ritorno di forti pressioni sui costi.
L’Italia cresce, ma con il sostegno degli acquisti precauzionali
Per il manifatturiero italiano maggio segna un’accelerazione della produzione e il ritorno alla crescita dei nuovi ordini. Un risultato che, a prima vista, sembra confermare il rafforzamento della domanda.
Dietro i numeri, tuttavia, emerge una realtà più complessa. Secondo l’analisi di S&P Global, una parte significativa dell’aumento delle commesse è legata alla scelta di molte imprese clienti di costruire “scorte di sicurezza” per proteggersi da possibili carenze di materiali e ulteriori rincari. Gli acquisti di input aumentano infatti al ritmo più sostenuto degli ultimi quattro anni, mentre le scorte disponibili continuano a ridursi a causa del peggioramento dei tempi di consegna.
La situazione riflette le tensioni che attraversano le catene globali di approvvigionamento. Le aziende italiane segnalano aumenti dei costi delle materie prime, dell’energia, dei carburanti e dei trasporti. L’inflazione dei costi di produzione raggiunge il livello più elevato degli ultimi quattro anni, mentre i prezzi di vendita crescono al ritmo più rapido da oltre tre anni e mezzo.
Eurozona in rallentamento
Il quadro europeo conferma che la ripresa resta tutt’altro che lineare. L’indice della produzione manifatturiera dell’area euro scende da 52,3 a 51,3 punti, minimo degli ultimi quattro mesi. A pesare sono soprattutto le difficoltà negli approvvigionamenti e l’aumento dei costi legati alle tensioni geopolitiche.
Secondo Chris Williamson, Chief Business Economist di S&P Global Market Intelligence, le imprese dell’Eurozona stanno mostrando segnali di affaticamento a causa dell’aumento dei prezzi e delle interruzioni nelle forniture riconducibili al conflitto in Medio Oriente. Molti produttori stanno trasferendo i maggiori costi sui clienti, ma proprio l’incremento dei listini rischia di comprimere ulteriormente la domanda.
Un elemento comune a diversi mercati è il ruolo degli acquisti difensivi. In molti casi imprese e clienti hanno anticipato gli ordini per evitare possibili rincari o difficoltà logistiche. Una dinamica che sostiene temporaneamente gli indicatori ma che non sempre corrisponde a un effettivo rafforzamento della domanda finale.
Germania e Francia perdono slancio
Tra le principali economie continentali, la Germania offre il segnale più evidente di una frenata. Il PMI manifatturiero tedesco scende da 51,4 a 50,1 punti, appena sopra la soglia della stagnazione. Per la prima volta dall’inizio dell’anno gli ordini risultano in calo, mentre diminuiscono anche le vendite all’estero.
Ancora più netto il peggioramento della Francia. Dopo il rimbalzo registrato ad aprile, il PMI torna sotto quota 50, fermandosi a 49,7 punti. La crescita degli ordini osservata nei mesi precedenti si esaurisce rapidamente e la produzione torna a contrarsi. Anche in questo caso, secondo gli analisti, viene meno l’effetto positivo dell’accumulo di scorte che aveva sostenuto temporaneamente l’attività industriale.
La Spagna resta formalmente in territorio espansivo con un PMI pari a 51,2 punti, ma il dato nasconde un quadro meno favorevole: gli ordini continuano a diminuire e l’export è in calo da nove mesi consecutivi.
Regno Unito leader europeo
Il risultato migliore arriva dal Regno Unito, dove il PMI manifatturiero sale a 53,9 punti, massimo degli ultimi quattro anni. Produzione e nuovi ordini continuano a crescere e migliora anche la domanda internazionale proveniente da Asia, Nord America ed Europa.
Anche qui, però, gli economisti invitano alla prudenza. Una parte consistente della crescita sarebbe riconducibile all’anticipo degli acquisti da parte dei clienti, intenzionati a proteggersi dai rincari e dalle possibili interruzioni delle forniture. Un fenomeno simile a quello osservato in Italia, che rende meno scontata la tenuta del ciclo positivo nei prossimi mesi.
Europa orientale ancora in difficoltà
Nell’Europa centro-orientale emergono segnali di miglioramento, ma la fase di debolezza non può ancora dirsi conclusa. In Polonia il PMI sale a 49,4 punti, il valore più alto degli ultimi tredici mesi, pur restando sotto la soglia della crescita. La produzione torna ad aumentare, ma gli ordini continuano a diminuire.
La Romania registra il terzo miglioramento consecutivo e raggiunge quota 48,3 punti. Produzione e nuove commesse restano in calo, seppure con intensità minore, mentre le imprese segnalano una domanda interna ed estera ancora debole.
La sfida dei prossimi mesi
Per l’industria italiana il dato di maggio rappresenta senza dubbio un segnale positivo. La manifattura nazionale si conferma tra le più resilienti d’Europa in una fase caratterizzata da forti tensioni geopolitiche e da costi in aumento.
Resta però aperto l’interrogativo sulla qualità della crescita. Se una parte consistente degli ordini continua a essere alimentata dall’accumulo precauzionale di scorte, il vero banco di prova arriverà quando questa spinta si esaurirà. Solo allora sarà possibile capire se il manifatturiero italiano sta entrando in una fase di espansione strutturale o se l’attuale recupero rappresenta soprattutto una risposta temporanea alle incertezze che attraversano l’economia globale.









