In sintesi:
- Le proteste alle frontiere sono state sospese in attesa dell’incontro del 1° settembre con la Commissione europea.
- La controversia riguarda la regola che consente ai cittadini di Paesi terzi di soggiornare nell’area Schengen per un massimo di 90 giorni nell’arco di 180, limite che interessa anche gli autisti professionali provenienti da Paesi extra-Ue.
- Secondo le stime riportate dai media regionali, nei Balcani occidentali il problema potrebbe riguardare complessivamente circa 100.000 conducenti.
- Le associazioni di categoria chiedono criteri uniformi per il calcolo dei giorni trascorsi nell’area Schengen e soluzioni specifiche per chi effettua trasporti internazionali.
- In assenza di un accordo, una nuova mobilitazione potrebbe provocare code ai valichi e ritardi lungo le principali rotte commerciali tra i Balcani e l’Unione europea.
I valichi restano aperti, ma la controversia è tutt’altro che risolta. Dopo la riunione dell’11 agosto a Skopje, alla quale hanno partecipato rappresentanti del settore dei trasporti, le associazioni degli autotrasportatori hanno deciso di rinviare nuove iniziative di protesta e attendere il confronto con la Commissione europea.
L’appuntamento decisivo è fissato per il 1° settembre a Bruxelles. L’esito dei colloqui potrebbe determinare se la mobilitazione verrà definitivamente sospesa o se i camion torneranno a bloccare alcuni valichi di frontiera.
Quando il limite dei 90 giorni diventa un ostacolo per gli autisti
Al centro della controversia c’è la cosiddetta regola dei 90/180 giorni. In linea generale, i cittadini di Paesi terzi soggetti al regime di soggiorno breve possono permanere nell’area Schengen per un massimo di 90 giorni nell’arco di qualsiasi periodo di 180 giorni.
Per chi viaggia occasionalmente il meccanismo è relativamente semplice. Nel trasporto internazionale, invece, può avere conseguenze operative rilevanti. Gli autisti di Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia del Nord effettuano regolarmente consegne nei Paesi dell’Ue e possono trascorrere una parte significativa della propria attività lavorativa all’interno dell’area Schengen.
Le giornate trascorse nel territorio Schengen concorrono al raggiungimento del limite. Una volta esaurito il periodo disponibile, il conducente può quindi incontrare difficoltà a effettuare nuovi ingressi, anche se dispone delle qualifiche professionali e della documentazione necessaria per il trasporto.
Per le associazioni di categoria si crea così un paradosso operativo: il veicolo e il carico possono essere autorizzati a proseguire il viaggio, mentre il conducente può aver raggiunto il limite previsto dalle norme sul soggiorno.
Controlli digitali, il conteggio dei giorni diventa più rilevante
La progressiva digitalizzazione dei controlli alle frontiere rende ancora più importante per imprese e conducenti conoscere con precisione il numero di giorni trascorsi nell’area Schengen.
L’Entry/Exit System (EES) dell’Unione europea è stato concepito per registrare elettronicamente gli ingressi e le uscite dei cittadini di Paesi terzi interessati dal regime di soggiorno breve, sostituendo progressivamente parte delle procedure basate sui timbri apposti sui passaporti.
Per il settore dell’autotrasporto, una registrazione più sistematica degli ingressi e delle uscite rende particolarmente rilevante il rispetto del limite 90/180. Le imprese devono infatti pianificare i viaggi considerando non soltanto la disponibilità di veicoli e carichi, ma anche la possibilità per ciascun conducente di entrare e soggiornare legalmente nell’area Schengen.
Il limite di soggiorno diventa così anche un problema di pianificazione della capacità di trasporto, con possibili ripercussioni sull’organizzazione dei turni e sui tempi di consegna.
Fino a 100.000 conducenti potenzialmente interessati
La controversia non riguarda soltanto singole aziende. Secondo i dati citati dall’agenzia MIA, nella sola Macedonia del Nord potrebbero essere interessati circa 17.000 conducenti. Considerando l’intera regione dei Balcani occidentali, le stime riportate dai media indicano un numero potenziale vicino a 100.000 autisti.
Neđo Mandić, rappresentante del settore dei trasporti serbo, ha riferito che alcuni conducenti avrebbero già iniziato a evitare determinate rotte internazionali per il timore di incontrare problemi durante i controlli di frontiera.
Le associazioni non chiedono soltanto una modifica del limite dei 90 giorni. Tra le priorità figura anche un’applicazione chiara e uniforme delle regole, poiché, secondo i rappresentanti del settore, le modalità di controllo e interpretazione possono creare incertezze operative.
Il settore chiede regole specifiche per gli autisti professionali
Le organizzazioni dell’autotrasporto chiedono che la particolare situazione dei conducenti internazionali venga presa in considerazione nell’applicazione delle norme sul soggiorno.
La loro posizione parte dalla natura stessa dell’attività: un autista non attraversa normalmente il confine per turismo o per stabilirsi nel Paese, ma per effettuare una consegna, caricare o scaricare merci e proseguire il proprio itinerario professionale.
Tra le soluzioni discusse figurano regole di soggiorno specifiche, permessi dedicati o altre forme di facilitazione per i conducenti professionali. La questione è stata sollevata anche a livello europeo, compresa la possibilità di ricorrere a visti di lunga durata o a strumenti specifici per gli autisti dei Balcani occidentali.
Al momento, tuttavia, il settore continua a considerare il limite dei 90/180 giorni un problema operativo irrisolto.
Le proteste hanno già interessato i valichi
La minaccia di nuovi blocchi non è un’ipotesi puramente teorica. Nel 2026 gli autotrasportatori di Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia del Nord hanno già organizzato proteste coordinate ai valichi merci verso l’area Schengen.
La mobilitazione è stata successivamente sospesa mentre proseguivano i contatti con Bruxelles. A metà agosto, tuttavia, non era ancora emersa una soluzione ritenuta sufficiente dalle organizzazioni del settore.
La decisione di rinviare nuove proteste concede quindi ulteriore spazio al negoziato, ma non chiude la controversia.
Nuovi blocchi avrebbero conseguenze sui corridoi merci
Un’eventuale ripresa delle proteste potrebbe avere conseguenze anche per imprese con sede al di fuori dei Balcani occidentali. La regione rappresenta un importante collegamento terrestre tra l’Europa centrale, l’Europa sud-orientale e l’Adriatico ed è attraversata da flussi regolari di merci destinati all’industria, al commercio e ai porti.
Blocchi ai principali valichi potrebbero provocare code di camion, aumentare i tempi di attraversamento e causare ritardi nelle consegne lungo i corridoi che collegano i Balcani al mercato dell’Unione europea.
A questo rischio si aggiunge quello legato alla disponibilità dei conducenti. Se una parte degli autisti fosse costretta a rinunciare temporaneamente a determinate rotte dopo aver raggiunto il limite di soggiorno, la capacità di trasporto potrebbe ridursi anche senza una chiusura delle frontiere.
Il 1° settembre sarà il prossimo passaggio decisivo
Per il momento non sono stati annunciati nuovi blocchi. Le organizzazioni degli autotrasportatori intendono attendere l’esito del confronto del 1° settembre, chiedendo una soluzione che tenga conto delle caratteristiche specifiche del trasporto internazionale.
In assenza di progressi concreti, la mobilitazione potrebbe però riprendere, con possibili conseguenze sui principali valichi tra i Balcani occidentali e l’Unione europea.
Una controversia nata intorno alle norme sul soggiorno Schengen assume così una dimensione direttamente logistica. Per le imprese, la questione non riguarda soltanto la possibilità del singolo conducente di attraversare una frontiera, ma la capacità di programmare mezzi, turni e consegne con sufficiente certezza.
Il confronto di Bruxelles dovrà quindi affrontare un nodo più ampio: conciliare le regole Schengen con un settore nel quale attraversare ripetutamente le frontiere costituisce parte integrante dell’attività lavorativa.









