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Mercato del lavoro sotto pressione: il settore della logistica di magazzino al centro dell’attenzione

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Il settore della logistica di magazzino è diventato un nodo strategico nelle catene di approvvigionamento europee, ma secondo il rapporto dell’Autorità europea del lavoro, questa crescita non si traduce in un miglioramento delle condizioni occupazionali.

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Il report “Sector analysis on warehousing and support activities for transportation” (2024) dell’Autorità europea del lavoro delinea un quadro preoccupante per il mercato del lavoro nella logistica: squilibri crescenti, carenze di competenze, forme contrattuali flessibili ma precarie, e una struttura demografica mal calibrata rispetto alle esigenze del settore.

Struttura del settore logistico e forza lavoro

Nel 2024, il comparto contava circa 165.000 imprese attive nell’UE e impiegava 3,2 milioni di persone. Le grandi aziende con oltre 250 dipendenti rappresentano solo l’1% del totale, ma danno lavoro al 55% della forza lavoro.

Negli ultimi dieci anni (2013–2023), la quota di lavoratori mediamente qualificati è scesa dal 60% al 53%, mentre quella dei profili altamente qualificati è salita dal 17% al 24%, trainata dalla digitalizzazione e dalla crescente domanda di specialisti in logistica, IT e gestione dei dati.

Tuttavia, i sistemi educativi e formativi non tengono il passo, generando una carenza strutturale di personale. Il ricorso al monitoraggio continuo, agli algoritmi di valutazione della performance e alla pressione per l’efficienza ha conseguenze negative sul benessere psicologico dei lavoratori.

Flessibilità che mina la stabilità

Nel settore prevalgono forme di impiego flessibili: contratti a termine, intermediazione tramite agenzie per il lavoro e subappalti. Questo garantisce alle aziende grande agilità operativa per adeguarsi alla domanda variabile, ma comporta anche un’elevata frammentazione del mercato del lavoro, precarietà per i lavoratori e incertezza sui redditi.

Nei Paesi Bassi, il 60% dei lavoratori nel settore è impiegato con contratti flessibili; trend simili si osservano in Polonia, Germania e Belgio. A svolgere queste mansioni sono spesso giovani, studenti, migranti o persone che integrano questa attività con altri impieghi. I contratti a tempo indeterminato sono rari, mentre il lavoro “su chiamata” è sempre più diffuso.

Agenzie interinali e subappaltatori – talvolta operanti ai limiti del diritto del lavoro – investono poco nella formazione del personale, offrono salari inferiori rispetto ai datori di lavoro diretti e limitano l’accesso ai benefit sociali. L’elevata rotazione rende difficile creare una cultura aziendale solida, aggiornare le competenze e garantire standard qualitativi e di sicurezza, con effetti negativi sulla competitività del settore.

I migranti extra-UE costituiscono il 9% della forza lavoro nella logistica di magazzino, mentre i lavoratori mobili intra-UE rappresentano il 5%. In Polonia, il 20% degli occupati nella logistica è straniero – per lo più proveniente da Ucraina, Bielorussia e Georgia – spesso impiegato con contratti brevi, senza copertura sociale e con diritti lavorativi limitati.

Donne assenti: un potenziale sprecato

Solo il 26% della forza lavoro nel settore è composto da donne, ben al di sotto della media UE del 47%. La loro presenza è marginale nei ruoli tecnici. Questa disparità è legata a stereotipi persistenti, scarsa qualità dell’offerta lavorativa, limitate prospettive di carriera e infrastrutture inadeguate a favorire l’inclusione femminile.

Tendenze che stanno trasformando il settore

La liberalizzazione dei servizi logistici ha rivoluzionato l’occupazione nel settore. La privatizzazione dei servizi di supporto al trasporto – in particolare nei porti, terminal e servizi di terra – ha generato una corsa al ribasso sui costi del lavoro: salari più bassi, meno benefit e un progressivo abbandono dei contratti stabili in favore del lavoro temporaneo. Subappaltatori e aziende esterne, spesso in concorrenza per ottenere contratti, investono poco nel personale, aggravando il turnover e la carenza di competenze.

L’automazione spinta – robotica, veicoli autonomi, droni e sistemi intelligenti per la gestione della supply chain – sta rimodellando l’occupazione: diminuisce la domanda di forza lavoro fisica, mentre cresce quella per figure con competenze digitali, analitiche e tecniche. I lavoratori devono oggi padroneggiare software ERP, analisi dati e tecnologie avanzate. Ma la formazione non tiene il ritmo del progresso tecnologico, causando un cronico mismatch tra domanda e offerta.

La pandemia di COVID-19 ha accentuato la rilevanza del settore grazie all’impennata dell’e-commerce e alla necessità di accumulare scorte, ma nella fase iniziale ha provocato licenziamenti massicci e blocchi nelle assunzioni. Molti professionisti esperti hanno lasciato il settore, e l’interruzione dei programmi formativi ha causato una perdita di competenze difficile da recuperare. Anche se oggi i livelli occupazionali sono tornati alla normalità, il comparto fatica a colmare i vuoti, specie nei ruoli tecnici specializzati.

Azioni correttive e raccomandazioni

Per affrontare le sfide crescenti, il rapporto dell’Autorità europea del lavoro propone una serie di misure strutturali. Fondamentali sono gli investimenti nello sviluppo delle competenze: servono sia programmi di formazione brevi, promossi dalle aziende, sia riforme profonde nei sistemi educativi per preparare i futuri lavoratori alle esigenze digitali e tecnologiche.

Altre priorità sono il miglioramento delle condizioni di lavoro, garantendo salari equi, stabilità contrattuale e accesso ai servizi sociali. Le imprese che investono nel benessere (mense, trasporto, assistenza all’infanzia) registrano minore turnover e maggiore coinvolgimento dei dipendenti.

La promozione dell’inclusione femminile richiede non solo campagne di comunicazione, ma anche azioni concrete: adeguamento degli spazi di lavoro, sviluppo di percorsi di carriera e strumenti di conciliazione vita-lavoro.

Il report evidenzia anche la necessità di rafforzare il dialogo sociale: nel settore logistico la sindacalizzazione è bassa e molti lavoratori non hanno rappresentanza. Si raccomanda la creazione di piattaforme settoriali per la cooperazione tra imprese, sindacati, agenzie interinali e pubblica amministrazione.

Infine, è necessario intervenire sul piano normativo: armonizzare le regole per il lavoro temporaneo, rafforzare i controlli sui subappaltatori e promuovere standard europei in materia di sicurezza, formazione e condizioni contrattuali.

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